Lo Stivale interpreta male le potenzialità del web e perde un’occasione per la diffusione del Made in Italy.
Il Belpaese è noto in tutto il mondo per i suoi gioielli: paesaggi mozzafiato, città di inestimabile valore artistico e soprattutto l’incredibile varietà culinaria tradizionale. Non sembra strano che la nostra terra da sola possa apparire come un marchio di qualità, e come dunque il Made in Italy riscuota un successo planetario. Si parla infatti di una storica miscela di avanguardia, design e stile che contraddistingue i prodotti delle piccolo-medie imprese, capaci di affermarsi in tutti i continenti grazie a una qualità inimitabile. Ma che spesso non si ritrova nella capacità di vendere i prodotti tramite un mezzo di comunicazione altamente competitivo: Internet.A parte i rari casi di eccellenza che possiamo trovare in testa ai motori di ricerca, la maggior parte dei siti aziendali in cui ci possiamo imbattere non raggiungono un livello qualitativo pari a quello dei propri prodotti, perdendo dunque una ricca occasione di guadagno. Proviamo a fare luce su questo problema con un semplice paragone tra le caratteristiche dei prodotti e dei portali delle aziende.
Dal punto di vista dell’avanguardia vediamo come la tendenza principale sia quella di mantenere siti creati anni fa e mai più aggiornati, poco dinamici e non al passo con strumenti che ora rappresentano l’apice della comunicazione on-line: blog e social network. Per quanto possano essere convincenti, la visibilità già da questo punto inizia a calare. Ma i problemi non si arrestano. Per quanto riguarda il design infatti la situazione peggiora ancora, sia dal lato della scarsa accessibilità e facilità d’uso, sia dall’esclusione di clientele estere tramite siti creati unicamente in madrelingua, o peggio, tradotti incomprensibilmente tramite servizi di traduzione automatica! Infine gli stessi contenuti sono molto freddi, poco accattivanti e non legati a strategie di comunicazione persuasiva, ma piuttosto paradossalmente incentratissimi sulla descrizione dell’azienda nei minimi dettagli e raramente interessati a valorizzare il prodotto, che spesso viene relegato in una scheda tecnica dotata di foto poco accattivanti.
Come si può sperare dunque di attrarre i clienti verso il frutto del proprio impegno in queste condizioni? Ma la vera domanda è: perchè accade tutto questo?
La risposta è molto semplice, e non dipende affatto da un’improvvisa scomparsa di persone creative e di talento in Italia, tutt’altro! Questa situazione è invece generata da una cattiva interpretazione delle capacità, anche economiche, del web, di conseguenza relegato ad un ruolo ingratissimo: il biglietto da visita.
Se osserviamo i siti tramite da questa prospettiva, vediamo come tutto a tornare. Innanzitutto la poca costanza verso l’aggiornamento: come in un biglietto da visita, i contenuti vengono creati in un dato momento e da lì in avanti non vengono mai più modificati. Ma non è così che funziona nel web 2.0, e le scarse visite o i bassi posizionamenti lo dimostrano: per avere un sito vincente è necessario istituire fiducia, e per farlo c’è bisogno di un processo costante e presente di continuo contatto umano con i visitatori. Se si riescono a fidelizzare, le possibilità di rendite economiche appaiono eccome! Tra loro infatti non ci sono solo curiosi o possibili clienti, ma anche eventuali partner e soprattutto chiacchieroni, che col passaparola possono mettere in vista l’attività. In secondo luogo capiamo anche come mai i contenuti vertano più sull’azienda che sui prodotti: un biglietto da visita deve dare recapiti, numeri, orari e indirizzi legati alla sede, non deve persuadere a comprare il prodotto, che di conseguenza assume purtroppo una seconda importanza. Ecco dunque che si spiega anche la freddezza e la mancanza di calore che riempie tutti questi progetti, dove ciò che dovrebbe essere più pubblicizzato viene invece relegato in un angolino all’interno di una scheda tecnica striminzita dotata di foto poco accattivanti.
Il tutto è dovuto ad una scarsa cultura informatica italiana e una poca fiducia verso il mezzo, che non viene di conseguenza rinverdita dagli ovvi bassi risultati che riscuotono certi siti.
Si crea dunque un circolo vizioso che, partendo dal presupposto sbagliato sia il web in sè a non funzionare, e non invece cattive strategie comunicative su questo mezzo, porta ad affidare poche risorse per la cura del marketing via internet. Si decide di spendere poco, vedendo questa spesa come un costo a fondo perso e non come un investimento intelligente, e si assumono dunque persone poco qualificate per pochi euro. I risultati sono quelli che vediamo e di sicuro non sono luminosi.
Per evitare tutto questo è necessario ripartire da zero e cambiare il preconcetto verso la rete e le sue potenzialità, accorgendosi delle esperienze positive e di come affidando la programmazione, la grafica e i testi ad un programmatore, un grafico ed un copy esperti i risultati si possono iniziare a vedere. Osare, scostarsi dalla massa e dare fiducia ad un mezzo nuovo spesso gestito da figure altrettanto nuove e giovani, che non attendono altro che mettersi all’opera e avere successo.
Non è necessario dunque spendere milioni di euro come per il fiasco di Italia.it! Basta dare la giusta fiducia e i giusti fondi a delle figure professionali che possono arricchirci a nostra volta, tenendo in mente che, se arriviamo per primi, ci aspetterà una fetta della tort più grossa e golosa a da spartire.
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gio, nov 5, 2009
L'opinionista